L'editoriale di Nico

Nico Cereghini: “Tutto il nuovo e il vecchio della MotoGP”

Vinales è un uomo nuovo, come del resto lo sono Zarco e Bagnaia e Bastianini. Le promozioni motivano e servono. Ma sento un certo odore di stantìo che stona con tutto questo entusiasmo. E un vecchietto, al bar…
di Nico Cereghini
Nico Cereghini: “Tutto il nuovo e il vecchio della MotoGP”

Ciao a tutti! Tra sei giorni in Qatar ci sarà un altro GP, magari con risultati diversi, e siamo soltanto alla prima gara dell’anno. Certezze non ce ne sono e non possono essercene. Però… Però mi sembra di vedere per certi versi un film già visto e però intravvedere situazioni completamente inedite.

Il nuovo è Maverick Vinales. Dice bene Ruben Xaus nell’analisi di domenica sera con lo Zam: il pilota Yamaha ha lavorato duro tutto l’inverno, non ha cercato la ribalta, ha fatto ottimi test e provato mille volte la partenza che non gli veniva bene, ha trovato il suo equilibrio in una situazione personale più stabile. Sta felicemente diventando papà. E nel fine settimana, testa bassa e lavorare: Quartararo ha sempre girato più forte di lui? La partenza dopo tutte quelle prove (e ci avrei scommesso) non gli è venuta tanto bene? Maverick non ha mai perso la calma, ha recuperato con freddezza dalla sesta posizione del primo giro, ha letto lucidamente la gara.

Per un pilota bollato spesso (anche da noi) come un debole, tutto questo rappresenta un gran bel salto, quasi una rinascita. E naturalmente anche l’assenza di Valentino nel box ha giovato a Vinales: comunque la si pensi -e io come sapete penso che Rossi sia straordinario- dividere il fine settimana con un monumento vivente, anima della Yamaha, è difficile e anche stressante per un giovane in maturazione. Dunque un Vinales nuovo, a 26 anni. E con molte probabilità, ci scommetterei, anche il Vinales definitivo. 
 

Poi ci sono altri fenomeni nuovi che vanno seguiti: Zarco e Bagnaia non sono temi altrettanto affascinanti? Due ducatisti che con la promozione sembrano aver trovato una nuova consapevolezza, sono velocissimi e guidano senza sbavature. E poi il campione del mondo Mir che è cresciuto una spanna più di Rins, Bastianini che si emoziona, parte male, poi suona tutti i rookies e una Honda ufficiale; l’Aprilia che con Aleix arriva a sei secondi dalla vetta in settima posizione...

Ma questa gara di Losail mi ricorda qualcosa di molto piacevole e spiacevole insieme. Mi ricorda l’Endurance, che amavo tanto da pilota, che ancora mi scalda il cuore quando rivivo le emozioni delle 24 Ore nei racconti e nelle fotografie, ma che non dovrebbe avere niente a che fare con una gara della MotoGP. Mi ricorda troppo la gara di due anni fa qui in Qatar. Perché poco è cambiato: tutti i piloti a parlare di come scegliere le gomme per fare tutta la gara, come gestirle per giocarsela poi nel finale, come impostare il ritmo nei primi giri, come è andata storta perché c’erano sette gradi in meno al suolo. E su tutto ciò spicca Piero Taramasso che anticipava il sabato: “La gomma permetterà di spingere dal primo all’ultimo giro”.

Il gommista, mestiere difficile, ok: mille variabili, prototipi difficili, piloti mai contenti, si fa presto a criticare… Va bene, vai Michelin, migliora, sperimenta, non arrenderti mai. Però stanotte, dopo tutta quell’adrenalina della gara serale e dei vari dopogara, invece di sognare Vinales e Zarco con Bagnaia alle calcagna ho sognato Andrea Dovizioso che entrava nel mio bar (figurarsi, in tempi di coronavirus!) e alla tele c’era l’ingegner Bernardelle che conduceva il tg; il Dovi si sfregava le mani mentre sfogliava la Gazzetta sul tavolo di Formica rosso, e rideva, rideva. “Come due anni fa -gli diceva un vecchietto evidentemente già ubriaco alle otto del mattino- avresti vinto tu”. 

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